Abusi, soldi, scuola e lavoro: focus sulle violenze contro le donne

 La conferenza organizzata da Fidapa e Comune di Todi. L’assessore Marta: welfare aziendale e politiche familiari possono fare la differenza

Di violenza non ce n’è una sola. Gli abusi e le botte lasciano segni visibili. Ma poi ci sono altre forme di “abuso” di cui le donne continuano ad essere vittime durante il loro percorso formativo e in quello lavorativo.

E “Violenza e mancate opportunità” è stato il titolo della conferenza organizzata da Comune di Todi e Fidapa Todi in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Numerosi ed interessanti gli interventi che si sono susseguiti, a cominciare dalla professoressa Marta Picchio, docente di Sociologia generale presso l’Università degli Studi di Perugia, intervenuta presentando il suo lavoro “Mai più sole, mai più vittime. Associazioni e centri antiviolenza sulle donne in Umbria”. “Il primo passo che ogni donna vittima di violenza deve compiere è quello della consapevolezza che essa stessa è vittima. Se la violenza fisica è facilmente percepibile, molto più subdola ma altrettanto dannosa e invalidante è la violenza psicologica, economica ed emotiva. Tali forme di violenza – ha spiegato – lavorano piano piano come la goccia cinese, togliendo un po’ alla volta la fiducia in sé stesse, la progettualità. Il lavoro quindi dei Centri antiviolenza è quello di ripartire dalla storia, capire dove la violenza si è insinuata e fare sì che la donna recuperi la progettualità e ricostruisca pian piano un sé positivo. La violenza economica comporta inoltre che le donne economicamente dipendenti siano più fragili e più facilmente isolabili nella loro sofferenza. Purtroppo sono molto pochi i fondi destinati alle associazioni e c’è ancora molta strada da fare ma alcuni passi sembra finalmente si stiano attuando come l’istituzione del fondo per la libertà delle donne, poiché liberare le donne dalla dipendenza economica può contribuire a dare loro una seconda possibilità”.

La professoressa Rosita Garzi, docente di Sociologia dei processi economici e del lavoro a UniPg, ha presentato la condizione delle donne in Italia che in Umbria. Dall’analisi emerge che le donne hanno un profitto più alto degli uomini in tutto il percorso scolastico, compresa la formazione universitaria, con voti di laurea più alti e conseguiti in tempi più brevi. Un gap formativo che si conferma anche nelle esperienze di studio e le relative certificazioni all’estero e la formazione post laurea. Tutto ciò nonostante le famiglie di origine siano in media più svantaggiate economicamente delle famiglie degli studenti maschi. Condizione che ha imposto alle donne di finanziare il percorso di studi con un lavoro in proprio oppure usufruendo di borse di studio.

La situazione però si ribalta entrando nel mondo del lavoro. La partecipazione delle donne al mercato del lavoro in Umbria è al di sotto di quella maschile di oltre 18 punti percentuali. L’agenzia europea Eurofound (2016) calcola che il costo complessivo per l’Italia della sottoutilizzazione del capitale umano femminile corrisponda a 88 miliardi di euro, cioè il 5,7% del Pil: in Europa si perde circa il 23% della ricchezza per la discriminazione di genere.

“Il cambiamento che deve investire il mondo del lavoro e tutta la società è culturale e va portato avanti con coraggio e forza” come ha sottolineato la presidente di Fidapa Todi, l’avvocato Eleonora Magnanini. Nel suo intervento ha affrontato la complessa e divisoria tematica delle cosiddette “quote rosa”, ossia l’inserimento – per adempimento di legge – delle donne nei Cda delle aziende quotate in borsa o a partecipazione statale. La legge Golfo-Mosca 120/2011 prevede infatti che gli organi sociali delle società quotate riservino un quinto dei propri membri alle donne.

Soltanto così le donne sono entrate nelle stanze dei bottoni con una percentuale di circa il 33,6% quando nel 2010 incede le donne nei CdA erano solo il 7%. Magnanini, pur dichiarandosi a favore delle quote rosa, necessarie all’avvio di un cambiamento culturale altrimenti impensabile, vorrebbe che tali opportunità derivassero non da “obblighi di legge” ma da una “cultura” e che le donne nei CdA non fossero parte di una “riserva indiana” ma ritenute fondamentali per il “benessere dell’azienda in quanto portatrici di capacità, punti di vista e competenze che sono peculiari delle donne e complementari a quelle degli uomini”.

Una testimonianza pratica della possibilità di conciliare femminilità e maternità con dei ruoli dirigenziali in una grande azienda è venuta dalla dottoressa Ilaria Caporali, amministratore delegato di Liomatic, che ha portato la sua esperienza e quella della sua azienda, attenta alle politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia, anche grazie al contributo dato da sua madre, portatrice della “visione femminile all’interno dell’azienda”.

Partendo da queste riflessioni, ha concluso poi l’incontro Alessia Marta, assessore alle politiche familiari del Comune di Todi, rivendicando quanto “le politiche di welfare aziendale, i sostegni per la conciliazione forniti dalle istituzioni e le politiche familiari possano fare la differenza nella qualità della vita familiare e quindi del benessere sociale, poiché dove sta bene la famiglia sta bene la società”.

Il comune di Todi, seguendo l’esempio virtuoso del Trentino è entrato nel network ottenendo la certificazione di “Comune amico della famiglia” e da poco è entrato anche nel network europeo mettendo appunto un proprio modello virtuoso in ambito di politiche familiari, basato sulla convinzione che è fondamentale e quanto mai strategico investire sulla famiglia, cellula sociale irrinunciabile per parlare di sviluppo economico, culturale e sociale e demografico.

 

 

Amministrazione Comunale di Todi