Il Manifesto di Confagricoltura ed EPS Umbria

 

Per la tutela dell’attività economica agrosilvopastorale dall’esplosione demografica della fauna selvatica, per un riequilibrio delle specie selvatiche, per una piena valorizzazione delle riserve venatorie, per la tutela del diritto di godimento del proprietario conduttore, dei frutti dei fondi rurali e forestali dei quali dispone: sono i principali obiettivi che si intendono raggiungere con il Manifesto scritto da Confagricoltura Umbria ed EPS Umbria (Ente Produttori Selvaggina).

Manifesto che è stato presentato lunedì 8 maggio, nel corso di una conferenza stampa a Perugia, da Fabio Rossi, presidente Confagricoltura Umbria, e Alessandro Monacelli, presidente EPS Umbria, all’assessore regionale all’agricoltura Roberto Morroni.

Quello che auspicano i soggetti ideatori è infatti un positivo dialogo con la pubblica amministrazione ma anche con tutti i soggetti interessati nell’interesse generale dell’agricoltura, dell’economia rurale e della promozione della comunità regionale. È infatti stato chiesto pubblicamente a tutti soggetti che ritengono di ritrovarsi in queste posizioni di agire insieme per perseguire obiettivi si salvaguardia delle attività economiche e di sostenibilità nell’interesse generale della regione.

Puntare su una costante attività di controllo ma anche di contenimento della fauna selvatica è quanto ha sempre richiesto Confagricoltura Umbria. In Umbria, infatti, il proliferare degli ungulati (cinghiale, capriolo, daino) e di altre specie critiche (corvidi, nutrie, ecc…) è una problematica molto sentita che reca gravi danni all’economia agricola ma anche alla sicurezza dei cittadini, oltre che una questione legata a temi come sanità ed ecologia. È a rischio anche la biodiversità a causa del proliferare di alcune specie a causa di altre.

Dopo che il Governo nazionale ha di recente modificato l’art. 19 della Legge n. 157/1992 rafforzando gli strumenti di contenimento della fauna selvatica, soprattutto della specie cinghiale, Confagricoltura Umbria ed EPS Umbria (Ente Produttori Selvaggina) sollecitano la Regione Umbria ad avviare rapidamente i processi di aggiornamento normativo per consentire un percorso di adeguamento e, dove necessario, di modifica, visto che in Umbria i singoli piani di controllo vengono attivati periodicamente.

Nel nuovo articolato, infatti, si chiarisce che le campagne di contenimento possono essere attivate nell’arco di tutto l’anno anche in aree protette, utilizzando varie metodologie di intervento.

In tutto il territorio regionale si assiste a devastazioni di coltivazioni e pascoli. Il legittimo diritto di impresa, prevaricato per assenza di un controllo e contenimento efficace, non percepisce risarcimento per tutti i danni subiti.

È infatti noto che il De Minimis, definisce un tetto irrisorio non assicura, alle medie e grandi imprese, un adeguato risarcimento per la perdita del prodotto. Dopo la devastazione dovuta al passaggio dei selvatici, alla conta del danno basata sulla stima del prodotto perso valorizzato con le medie dei valori riscontrati dalla borsa merci di riferimento non vengono sommati: la perdita pluriennale di produzione, la perdita del valore aggiunto per le produzioni che vengono trasformate, la perdita di quote di mercato, i danni strutturali a colture arboree e pascoli, la perdita di valore fondiario.

Gli agricoltori prima del risarcimento dei danni vogliono esercitare il diritto di coltivare, allevare e creare economia con le loro produzioni e chiedono che le specie rientrino entro limiti demografici sostenibili.

La specie cinghiale, in particolare, oltre che procurare danni diretti all’agricoltore, è fonte di zoonosi, malattie trasmissibili all’uomo, causa di incidenti stradali ed aggressioni all’uomo. È una specie dominante che ha portato al declino demografico di altri animali selvatici, è una specie depauperante dei prodotti del sottobosco.

Rossi e Monacelli affermano che “è quindi urgente anche lo studio delle migliori esperienze attuate in altre regioni per adattarle al caso umbro, rivedendo leggi e regolamenti. È necessario studiare e replicare quelle esperienze normative e applicative che hanno avviato una strada di inversione di tendenza con decisione e perseveranza”.

“Va trovata una soluzione al problema – ha detto Rossi – che riguarda anche l’attività agricola e la libertà di fare certe coltivazioni o meno. Una battaglia importante quindi per gli agricoltori ma anche per la collettività perché gli ungulati sono un problema anche dal punto di vista del mantenimento del paesaggio e del territorio. Si assiste ad un depauperamento delle attività nelle colline, senza più coltivazioni, e questo non porta boschi ma incolti. Ci dobbiamo riappropriare delle nostre colline e riabbellirle anche con le nuove filiere e per questo c’è bisogno del contenimento. Se non ci sono agricoltori e coltivatori sulle colline perché ci sono i cinghiali il paesaggio che contraddistingue la nostra regione non ci sarà più”.

“I cinghiali in Umbria hanno raggiunto una popolazione fuori controllo di 150mila – ha aggiunto Monacelli – e gli abbattimenti fatti durante la stagione di caccia non sono più sufficienti. Proponiamo quindi delle soluzioni attraverso un contratto di rete che punta a mettere d’accordo tutti gli operatori del settore”.

“Su questi punti – ha affermato Morroni – c’è piena sintonia e rivolgo un apprezzamento per il confronto continuo con Confagricoltura. Il tema messo al centro è molto attenzionato dal governo regionale e in particolare dall’assessorato, visto che con il nostro arrivo e grazie all’interlocuzione con il mondo agricolo e venatorio abbiamo pensato a provvedimenti, per quanto riguarda le nostre competenze, per dare una svolta e che hanno segnato una cesura netta rispetto al passato, aggredendo questa problematica e difendendo anche gli interessi legittimi degli agricoltori. Su questo tema però non ci deve essere chi sta da una parte e chi dall’altra ma serve un’alleanza tra mondo agricolo e venatorio. Sono stati fatti passi in avanti e altri vanno fatti ma la strada è quella giusta”.

Per Confagricoltura ed EPS è necessario, riperimetrare le aree vocate e non vocate per la specie cinghiale prevedendo che tutti i territori caratterizzati dalla presenza di colture agricole, di attività zootecniche, agrituristiche e ricettive, oltre alle aree urbane e periurbane siano ricomprese in aree non vocate.

È necessario, inoltre, predisporre una normativa per lo sviluppo della filiera di carne di selvaggina affinché la gestione degli ungulati non sia più solo uno strumento di prevenzione e riduzione dei danni alle colture ma anche un’opportunità economica per la sostenibilità del reddito delle aziende agricole.

Oltre al territorio libero esistono territori soggetti a concessioni venatorie nei quali il concessionario gestisce gli equilibri ecologici. Le riserve venatorie sono uno strumento importante ancora non adeguatamente valorizzato, luoghi dove i concessionari sono nelle condizioni di poter attuare piani in grado di gestire e mantenere in equilibrio le specie selvatiche.

Si tratta di importanti attività che possono essere stimolo di sviluppo economico legato anche al segmento del turismo venatorio ed importanti servizi turistici creando un beneficio ai territori.

Affermare così il ruolo strategico delle riserve faunistico-venatorie e agrituristico-venatorie private, obiettivo principale di EPS (Ente Produttori Selvaggina), significa garantire, infatti, una sostenibilità ambientale del territorio ma al tempo stesso anche un’integrazione al reddito delle suddette realtà.

Confagricoltura Umbria ed Eps Umbria, in linea con il livello nazionale, sono quindi pronte a mettere in atto qualsiasi iniziativa necessaria per affermare il ruolo strategico delle aziende agricole e delle aziende faunistico-venatorie e agrituristico-venatorie nella tutela dell’ambiente, della biodiversità per il mantenimento degli ecosistemi della fauna e della flora, in maniera compatibile con le attività agricole.

A tal fine Confagricoltura Umbria ed Eps Umbria, ritengono assolutamente necessario raggiungere i seguenti obiettivi:

Tutelare il diritto dell’imprenditore agricolo alla produzione dei prodotti agricoli vegetali e animali;

Affermare l’utilità delle aziende agricole, delle aziende faunistico venatorie e agrituristico venatorie come strumento di presidio e gestione del territorio, consentendo la valorizzazione diretta da parte dei proprietari conduttori o dei concessionari della cacciagione, ma anche dei prodotti del bosco e sottobosco (funghi, tartufi, ecc) come fonte legittima di reddito e di sostenibilità ambientale del territorio;

Promuovere l’istituzione di nuove AFV e AATV fino al raggiungimento dei limiti territoriali previsti dall’art. 10 comma 5 Legge 11 febbraio 1992 n. 157 (in Umbria 13% previsti – attuali 8%);

Promuovere nelle sedi istituzionali l’estensione della durata delle concessioni rilasciate per le AFV e AATV (dagli attuali 5 anni a 10 anni);

Eliminare dalla normativa regionale l’obbligo del corridoio di 500 metri tra due istituti sia pubblici che privati (es. tra una ZRC esistente ed una nuova AATV o AFV) come in molte altre regioni italiane;

Ottenere la concessione al prelievo delle specie migratorie anche all’interno delle AFV della Regione Umbria come previsto in tutto il territorio nazionale;

Semplificare le procedure per il rilascio delle autorizzazioni per il contenimento delle specie critiche (cinghiale, volpi, corvidi, ecc);

Promuovere l’attivazione di misure nell’ambito del PSR per le AFV e AATV per la realizzazione di interventi di miglioramento ambientale e per la gestione del territorio e della fauna;

Promuovere forme di collaborazione sul territorio tra proprietari e cacciatori al fine di perseguire l’obiettivo comune di una riduzione demografica delle specie dannose per l’agricoltura.

In conclusione, Confagricoltura Umbria ed Eps Umbria sono determinate a sostenere il diritto degli imprenditori agricoli a difendere le produzioni agricole e sono convinte che l’attività venatoria nelle riserve possa rappresentare un’opportunità per la sostenibilità economica del reddito agricolo e per la tutela dell’ambiente. È necessario tutelare il diritto al godimento del bene del legittimo proprietario o conduttore – concludono Rossi e Monacelli – visto che si assiste costantemente a tentativi di limitare questi diritti, esercitati nel rispetto delle norme, per creare forzosamente spazi di godimento per soggetti terzi”.